mercoledì 6 novembre 2013

Gli studenti del Liceo Majorana di Latina a confronto con il giudice Imposimato.




“Senza la conoscenza della verità non si può rifondare questo Paese” sono le parole che hanno riecheggiato nell’aula magna del Liceo “Majorana” di Latina questa mattina durante l’incontro con il giudice Ferdinando Imposimato. L’appuntamento, inserito all’interno del Progetto Lettura” dell’Istituto Scolastico, è stato fortemente voluto dalla Dirigente Scolastica dott.sa Stella Fioccola e dalle coordinatrici prof.ssa Maria Donatiello e prof.ssa Lucia Costantini. Tema, un incontro con la storia: il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Il giudice Imposimato, infatti, ha pubblicato per la Netwon Compton Editori il libro dal titolo “I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia – perché Aldo Moro doveva morire? La storia vera” e ci tiene ad essere presente accanto ai ragazzi, nei quali ripone tutta la sua fiducia per un futuro migliore. Alla domanda del perché la decisione di scrivere un libro-documento così forte risponde: “Non sono uno scrittore, ma un modesto ricercatore di verità, uno che segue l’insegnamento di Cicerone e che, pur non conoscendolo personalmente, ha avuto un maestro ed una guida in Aldo Moro. Una Repubblica fondata sulla menzogna non può esistere. La verità la devo, anzi la dobbiamo ai 5 uomini della scorta trucidati e naturalmente a Moro. La verità la dobbiamo a voi giovani, affinché non ripetiate gli errori del passato e perché voi nella vostra vita dovete essere i portatori dei valori della Costituzione”. Per circa due ore l’aula magna del liceo è stata gremita di studenti attenti, increduli e col fiato sospeso mentre il giudice Imposimato, accanto al moderatore giudice Lazzaro, ricostruisce tra le domande serrate e precise degli alunni quei maledetti 55 giorni e tutto quello che n’è seguito negli anni a venire. Trentacinque anni non sono bastati per far luce sul caso Moro. Inchieste giudiziarie e parlamentari, saggi, articoli e film non sono serviti a illuminare tutte le zone d'ombra del delitto che ha colpito la coscienza del Paese e incrinato il rapporto tra società civile e mondo politico. Ecco perché vale ancora la pena di analizzare lo svolgimento dei 55 giorni di prigionia di Aldo Moro, nel tentativo finalmente di dare delle risposte diverse dalla versione ufficiale dei fatti. Grazie a nuove testimonianze esclusive e documenti inediti, Ferdinando Imposimato, giudice istruttore del caso Moro, su cui non ha mai smesso di indagare, ha ricostruito l'agghiacciante scenario del sequestro, con rivelazioni bomba. Perché la verità, finalmente, abbia nomi e cognomi. Secondo quanto riportato dal giudice, con atti alla mano, ad uccidere Moro è stata la “Ragion di Stato”, fatto alquanto sconvolgente e rivelatorio. Ricordiamo che Ferdinando Imposimato è stato giudice istruttore in alcuni dei più importanti casi di cronaca degli ultimi anni, tra cui appunto il rapimento di Aldo Moro, l’omicidio di Vittorio Bachelet, l’attentato a Giovanni Paolo II.  All’indomani dal rapimento di Aldo Moro fu l’allora Ministro dell’Interno del governo Andreotti, Francesco Cossiga, a conferirgli l’incarico di Giudice Istruttore. A quei tempi, era l’anno 1978, Ferdinando Imposimato si stava occupando di molti casi illustri di sequestro di persona, distinguendosi per la sua linea dura di non collaborazione con i banditi. Giunto ad occuparsi del caso Moro sin dai primi giorni dopo l’uccisione del capo della DC (esattamente dopo 8 giorni dalla sua uccisione), aveva identificato e interrogato le cellule terroristiche delle Brigate Rosse. Il risultato delle prime tre istruttorie era stato il rinvio a giudizio di cinquanta uomini. Dalla sua sentenza era emersa una verità storica: “Le Brigate Rosse, armate di spirito rivoluzionario, avevano portato l’attacco al cuore dello Stato impersonato dal Presidente della DC, Aldo Moro”. Per molti anni il giudice ha creduto fermamente alla piena responsabilità dei brigatisti, a chi gli avesse chiesto in quegli anni se ci fosse qualcuno dietro le BR, avrebbe certamente risposto con convinzione e in buona fede “Dietro le Brigate Rosse ci sono solo le Brigate Rosse”. Senza nessun dubbio, ma con il passare degli anni, lentamente e inesorabilmente, molti dubbi si sono insinuati nell’animo di Imposimato: la scoperta di documenti secretati della Commissione Stragi, poi il Caso Gladio, l’affare Mitrokin e la scomparsa di troppi documenti concernenti la sua prima sentenza, persino di filmati e testimonianze. Così a distanza di 35 anni Ferdinando Imposimato è ritornato a quelle carte e a quelle testimonianze, ripercorrendo ogni singola ora di quei 55 giorni di prigionia, fino a giungere all’amara considerazione che la verità ufficiale è davvero molto distante rispetto alla realtà dei fatti. “La tragedia di tutta questa vicenda”, ammette il giudice con profondo rammarico, “è la convinzione da parte della stragrande maggioranza degli italiani, che il governo abbia fatto bene a seguire la linea dell’intransigenza verso i terroristi”. In realtà nelle pagine del libro è dimostrato con grande arguzia, non solo che l’omicidio di Aldo Moro poteva essere evitato, ma che la stessa “Ragion di Stato” suggeriva di impedire che l’omicidio avvenisse. Già in un precedente lavoro pubblicato dall’autore, si rendevano note le testimonianze scottanti di alcuni personaggi chiave della vicenda, come l’agente dei servizi segreti statunitensi, braccio destro di Kissinger, Steve Pieczenik. In questo nuovo approfondimento si tirano le somme di trenta anni di indagini, ricerche, approfondimenti a tutto campo. Si collegano diversi filoni di inchiesta alla ricerca di una verità oggettiva, anche grazie alla testimonianza di due agenti in servizio durante i 55 giorni del sequestro, un Brigadiere della Guardia di Finanza e un alto ufficiale dell’Esercito, membro di Gladio. La scoperta sconcertante che si fa scorrendo la grande mole di documenti contenuti in queste appassionanti, pagine è che Moro si stato sacrificato scientemente e consapevolmente dai vertici del suo partito alla scopo di stabilizzare la situazione italiana, creando un’unanime repulsione da parte dell’opinione pubblica per i brigatisti e per i comunisti.  Per avvalorare questa tesi, che nasce dalla testimonianza-confessione di un agente sei servizi segreti, il giudice Imposimato dimostra che le forze dell’ordine conoscevano sin dal primo momento il nascondiglio in cui era stato imprigionato Aldo Moro, tenevano sotto controllo sia la strada sia la casa di Via Montalcini, avevano preso contatto con i brigatisti e potevano, volendo, fare irruzione in ogni momento per salvare la vita del prigioniero. Non lo hanno fatto, lasciando che si aprisse una spirale di violenza incontrollata e che i misteri italiani si autoalimentassero senza nessun controllo. Come dice lo stesso Aldo Moro in una delle sue lettere spedite durante la prigionia al suo compagno di partito Zaccagnini, i vertici della Democrazia Cristiana, non intervenendo, hanno scritto “una pagina agghiacciante della storia d’Italia”.
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